In Algarve quasi per caso

le spiagge lungo il Percurso
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Ci sono viaggi che nascono quasi per caso, il mio in Algarve è nato proprio così.

Sembra assurdo a dirsi, ma nonostante io viaggi dall’età di 15 anni (nel frattempo ne sono passati parecchi), non ero mai stata in Portogallo in vita mia! Per le ragioni che ho ampiamente raccontato qui, dopo aver vissuto appieno Porto e la mia seconda famiglia, abbiamo raggiunto l’Algarve volando low-cost su Lisbona e da qui, noleggiando un’auto, ci siamo diretti verso Portimao, base del nostro itinerario on the road nel sud del Portogallo. Ma andiamo con ordine.

Perché l’Algarve?

Boh, me lo chiedo ancora adesso.
Solitamente chi decide di visitare il Portogallo prepara itinerari che si snodano da Nord verso “quasi” Sud, ai confini tra Lisbona e l’Alentejo, di modo che si possano visitare i più famosi siti turistici. Io e mio marito, martire delle mie decisioni turistico-cervellotiche, no. Ma non perché vogliamo a tutti i costi fare gli alternativi, è che quando ci intrippiamo su qualcosa, possibilmente sconosciuta ai più, ci si accende la lampadina e partiamo.

Qual è stata la scintilla?
Il Percurso dos Sete Vales Suspensos!

Eh? Che roba è?
Faccio una doverosa premessa: ODIO tutto ciò che è sport da praticare. Non ne sono in grado, sono pigra, mi stanco facilmente e, a dirla tutta, a scuola avevo la giustificazione perenne in educazione fisica per i più svariati e ridicoli motivi di salute (grazie mamma che mi hai messa al mondo con l’asma allergica, per esempio). Il massimo dello sport che pratico è il sollevamento delle polemiche… in questo sono medaglia d’oro.

Detto ciò, nel mio costante girovagare internauta, un giorno mi imbatto in un articolo (questo) che, appena finito di leggere, mi ha dato giusto il tempo di informare il martire del mio prossimo acquisto: due biglietti per il Portogallo, andata su Porto e ritorno da Lisbona.

Studiare un itinerario sarebbe stato superfluo: con quattro giorni a disposizione e un letto dove dormire nel punto più equidistante da tutto, abbiamo diviso il soggiorno in “Algarve-ad-Est-di-Portimao” e “Algarve-ad-Ovest-di-Portimao” (geniali, eh?). Nel mezzo, il Percurso dos Sete Vales Suspensos. Si tratta di un light trekking di 6 km che parte da Praia da Marinha e termina a Praia do Carvoeiro.

Baie di sabbia dorata, faraglioni di colore giallo ocra scolpiti dal vento, oceano che spazia dal turchese al verde smeraldo…

Per circa tre ore questo è lo scenario da mozzare il fiato che si è palesato davanti ai nostri increduli occhi. I circa 6 km di salite e discese lungo il sentiero sterrato e sotto il sole cocente (!) di fine maggio sono sfumati via senza nemmeno che ce ne accorgessimo, soprattutto io che dopo 100 metri di cammino, qualsiasi esso sia, inizio ad avere visioni mistiche. Raccontare a parole non renderebbe sufficientemente l’idea delle meraviglie che la natura ha pensato bene di creare lungo tutto questo percorso, lascio quindi spazio alle fotografie che ho scattato.

Un solo consiglio: scarpe da ginnastica, occhiali da sole e bottiglie d’acqua. Non fate gli splendidi con le infradito. E no, non ci sono baretti né punti d’ombra (a parte qualche mini alberello, se lo trovate libero!)

L’Algarve-ad-est-di-Portimao è, al tempo stesso, qualcosa che si avvicina fisicamente e “mentalmente” alla Spagna del Sud. Albufeira è quanto di più simile si possa incontrare lungo la strada verso il confine, con la sua movida nord-europea, i suoi locali “english-only”, il suo mercatino delle pulci e il suo Aqualand. A pochi km dal confine, invece… la Grecia! Eh sì perché Tavira la ricorda per le sue case bianche con le persiane colorate e le sue stradine strette ed affollate di negozietti come nelle più tipiche chora cicladiche (e di queste me ne intendo parecchio!)

Poi c’è l’Algarve-ad-ovest-di- Portimao, quello selvaggio, quello dove l’Oceano Atlantico spadroneggia. Da Sagres a Cabo de Sao Vicente la costa è ancora quella che ho appena descritto, ma è proprio da Cabo che il paesaggio si trasforma e diventa inaspettatamente aspro, quasi cattivo. Raggiungere il faro per buttare lo sguardo sull’Oceano potrebbe risultare più faticoso del Percurso. Il vento qui ti trascina via: se ce l’hai a favore percorri la salita dal parcheggio al faro che manco Usain Bolt alle Olimpiadi di Rio, se ce l’hai contro sei del gatto. Ovviamente noi ce l’avevamo contro, manco a dirlo! Raggiunto il faro con non poca fatica, però, ti si apre davanti l’infinito. Anche qui inutile scrivere, le foto spiegano meglio.

Su questa costa, poi, lo spettacolo continua.

L’ultimo giorno decidiamo, come di consueto, di spegnere il navigatore e di lasciar decidere la strada. Il grosso delle cose da vedere lo avevamo visto, quindi in piena fase cazzeggio, ci affidiamo alla “simpatia” dei nomi che leggiamo sulla cartina. Marmelete. Chissà che cacchio ci sarà da vedere a Marmelete. Ovviamente niente, perché si trova in the middle of nowhere e, a parte un punto di sosta lungo la strada “statale” dove ci fermiamo a pranzare come due barboni, lasciamo andare la macchina e ci spingiamo fino ad Aljezur, altro nome che lì per lì non dice niente ma che ci fa scoprire un paesino molto caratteristico che, caso fortuito (eravamo decisamente impreparati su questa parte di regione), è il punto di accesso al paradiso dei surfisti.

Praia da Bordeira è nient’altro che la Maui de ‘noaltri. Nel parcheggio antistante la spiaggia scorgiamo una decina di pullmini Volkswagen in perfetto stile flower-power, accampamenti di tende e un paio di vichinghi con la tavola sotto il braccio. Al baretto sulla spiaggia incontriamo una famigliola piemontese e forse sono gli unici italiani che abbiamo incrociato durante tutta la nostra permanenza in Algarve.

Perché gli italiani non vanno in Algarve?

Boh!
Forse perché l’oceano è freddo (però alle Canarie ci vanno…)
Probabilmente perché non ci sono voli diretti (ma da Lisbona o da Siviglia ci si arriva agilmente…)
Sicuramente perché non lo conoscono.
… quindi spero che questo articolo vi sia d’aiuto!

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Sabrina Bolloni

Sabrina Bolloni

Agente di viaggio da oltre 20 anni. Ama la musica indie-rock, la cucina etnica e la birra scura. Scatta foto per passione ma con risultati scarsi. Viaggia perché non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. Lo stadio, però, è casa sua.